Partiamo dal presupposto che prima di Volk non sapevo chi fosse tal Graziano Cernoia, conoscevo solo Uazza. Ma dato che possiamo concordare sul fatto che Graziano Cernoia è Uazza e che Uazza è Volk direi che siamo a posto con le presentazioni. A proposito, io sono la media, lo standard, il ritratto sputato del mio tempo, mediamente interessata a tutto e mediamente distratta dal resto, sono il sogno proibito di qualunque sondaggista, non ho idee chiare, non ho intenzioni di nessun tipo, mi lascio attraversare dalla realtà e cerco di limitare i danni. Così, io e il mio bagaglio culturale fatto di Mtv, di centri commerciali, di ateismo politico e sociale ci siamo trovati a fare timidamente i conti con Volk. Ed è stato amore.
In realtà non sapevo che Volk sarebbe stato un libro, ero solo incuriosita da questa figura vestita di nero che allungata su un divanetto di un qualche umido camerino di un altrettanto umido locale del nord Italia batteva preciso sulla tastiera di un portatile. Noi, mediamente razionali e mediamente inquadrati, facciamo un po’ fatica a lasciarci coinvolgere da chi non capiamo fino in fondo, così ho impiegato mesi a prendere confidenza con il neo scrittore e farmi circa spiegare di cosa trattava il libro. Lo ammetto, non ci capii nulla, era roba troppo fuori dalla mia portata, guerra, morte, amore, droga, Bologna come non l’avevo mai vista e nemmeno immaginata. Un contesto che noi, figli del post punk, abbiamo intuito ma mai vissuto veramente, sì, ok, ci atteggiamo a chi la sa lunga ma non abbiamo mai avuto niente a che fare con una realtà così vera e nuda, così vissuta e così assimilata.
Nacque Volk. Una delle tante serate di zanzare sempre in un qualche paesino umido del nord Italia, l’autore mi si avvicina con il libro in mano e con fare impacciato lo porge alla donna seduta al mio fianco dicendo quanto ci tenesse a sapere cose ne pensava della tormentata opera. È stato odio, non ci potevo credere, volevo leggere quel libro e una delle prime, rare, introvabili copie veniva donata a qualcuno che non ero io. Ok, noi mediamente orgogliosi facciamo finta di niente con disinvoltura, rompevo ogni tanto Uazza dicendo che volevo il libro, lui faceva di sì con la testa e basta.
Inaspettatamente arriva Volk con tanto di dedica e la nebbia si alza.
Uazza o Graziano o Volk, come preferite, per me è sempre stato uno incazzato. Fine. Lo vedevo lì, dietro al mixer, con la paglia in bocca, con gli anfibi chiusi con il nastro isolante, con il giubbotto di pelle buttato in un angolo. Nient’altro. Quattro o cinque parole in un anno e mezzo. Poi arriva il libro e il miracolo si compie. Arrivo a non ricordo neanche quale concerto e Uazza è là, dietro al mixer, con la paglia in bocca, con gli anfibi chiusi con il nastro isolante, con il giubbotto di pelle buttato in un angolo, e sorride. Lì capisco. Uazza ha sempre sorriso, ero solo io, la media, lo standard, la noia, a non vederlo, Uazza e la sua vita, i suoi casini, le sue scelte, erano sempre stai lì, alla portata di chi voleva sentirsi semplice.
Questa doveva essere la recensione del miglior libro che mi è capitato in mano nell’ultimo anno, ma io non so neanche cosa sia una recensione, questa è la storia di come la realtà molto spesso risulti più interessante di tutte quelle impalcature stilistiche e narrative che fanno grandi gli scrittori di oggi, di come attingere dall’esperienza rende immediata la percezione di un emozione. Volk rappresenta quello che molti avrebbero voluto essere ma che non hanno mai avuto il coraggio di provare a fare. Gli scribacchini dotati di scarsa fantasia, e mi ci metto in mezzo, che non possono fare a meno di vivere sulla pelle le situazioni per trovare l’ispirazione ai loro testi non possono non amare questo libro, il suo autore e il grande circo che gli sta intorno.
Giusto per dare un tono recensivo a queste parole buttate giù malamente vorrei ricordare la frase con cui conobbi Uazza, anni fa, dietro a un palco, dopo un concerto, e mi sento di dire che racchiude il significato semplice che sta alla base di molto:
“Ho tutto? Anfibi? Giubbotto? Cartine? Sono pronto, possiamo andare.”
Come Volk.
Daria






la Di pensa e scrive meravigliosamente altro che balle!
Venire su questo blog dà sempre una visione della vita che gli occhi troppo impegnati e presi dal lavoro quotidiano, sia esso in catena di montaggio o in ufficio(i nuovi lager), tendono volontariamente a celare..un velo di nebbia che gettano addossoad un vita semplice, neanche tanto difficile forse da capire, ma che viene complicata dagli stessi gesti di un uomo presuntuosamente civilizzato..
Ogni persona dovrebbe avere una dose di Graziano o VIlmo direttamente in vena, ogni sera, prima di un tg qualunque(e qualunquista) per riscoprire dei significati profondi prima di rituffarsi della “media”.
Ed è vergognosa come necessità e la mancanza di naturalezza nell’approccio alla vita stessa.
Ricordo con gioia l’ultima foto.
Saluti
Ratto
sei circondato da pecore bianche, tu cosa fai li…la pecora nera? ahah
Complimenti ,
bellissima non-recensione.
Per me Uazza si chiama anche Ernesto e questo nome,volendo divagare, racchiude tante altre storie .
Concordo anch’io con Daria che essere solo un po’ come Uazza ci vuole coraggio.
Ed importante resta non abbandonare importanti temi momentanei delle nostre singole esistenze (come veloci mode che ci fanno comodo…) ma portarli avanti , magari modificati, magari con visioni diverse ma continuare a coltivarli e discuterne .
Ciao
gp rossi