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1 agosto 2009

Diaz, Valeria, Uazza, Mistik e Andreana, Arianna, Luigi, Asmir, Diva Scarlet, Simone, Parto delle nuvole pesanti.

Foto di Andreana.

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Partiamo dal presupposto che prima di Volk non sapevo chi fosse tal Graziano Cernoia, conoscevo solo Uazza. Ma dato che possiamo concordare sul fatto che Graziano Cernoia è Uazza e che Uazza è Volk direi che siamo a posto con le presentazioni. A proposito, io sono la media, lo standard, il ritratto sputato del mio tempo, mediamente interessata a tutto e mediamente distratta dal resto, sono il sogno proibito di qualunque sondaggista, non ho idee chiare, non ho intenzioni di nessun tipo, mi lascio attraversare dalla realtà e cerco di limitare i danni. Così, io e il mio bagaglio culturale fatto di Mtv, di centri commerciali, di ateismo politico e sociale ci siamo trovati a fare timidamente i conti con Volk. Ed è stato amore.

In realtà non sapevo che Volk sarebbe stato un libro, ero solo incuriosita da questa figura vestita di nero che allungata su un divanetto di un qualche umido camerino di un altrettanto umido locale del nord Italia batteva preciso sulla tastiera di un portatile. Noi, mediamente razionali e mediamente inquadrati, facciamo un po’ fatica a lasciarci coinvolgere da chi non capiamo fino in fondo, così ho impiegato mesi a prendere confidenza con il neo scrittore e farmi circa spiegare di cosa trattava il libro. Lo ammetto, non ci capii nulla, era roba troppo fuori dalla mia portata, guerra, morte, amore, droga, Bologna come non l’avevo mai vista e nemmeno immaginata. Un contesto che noi, figli del post punk, abbiamo intuito ma mai vissuto veramente, sì, ok, ci atteggiamo a chi la sa lunga ma non abbiamo mai avuto niente a che fare con una realtà così vera e nuda, così vissuta e così assimilata.

Nacque Volk. Una delle tante serate di zanzare sempre in un qualche paesino umido del nord Italia, l’autore mi si avvicina con il libro in mano e con fare impacciato lo porge alla donna seduta al mio fianco dicendo quanto ci tenesse a sapere cose ne pensava della tormentata opera. È stato odio, non ci potevo credere, volevo leggere quel libro e una delle prime, rare, introvabili copie veniva donata a qualcuno che non ero io. Ok, noi mediamente orgogliosi facciamo finta di niente con disinvoltura, rompevo ogni tanto Uazza dicendo che volevo il libro, lui faceva di sì con la testa e basta.

Inaspettatamente arriva Volk con tanto di dedica e la nebbia si alza.

Uazza o Graziano o Volk, come preferite, per me è sempre stato uno incazzato. Fine. Lo vedevo lì, dietro al mixer, con la paglia in bocca, con gli anfibi chiusi con il nastro isolante, con il giubbotto di pelle buttato in un angolo. Nient’altro. Quattro o cinque parole in un anno e mezzo. Poi arriva il libro e il miracolo si compie. Arrivo a non ricordo neanche quale concerto e Uazza è là, dietro al mixer, con la paglia in bocca, con gli anfibi chiusi con il nastro isolante, con il giubbotto di pelle buttato in un angolo, e sorride. Lì capisco. Uazza ha sempre sorriso, ero solo io, la media, lo standard, la noia, a non vederlo, Uazza e la sua vita, i suoi casini, le sue scelte, erano sempre stai lì, alla portata di chi voleva sentirsi semplice.

Questa doveva essere la recensione del miglior libro che mi è capitato in mano nell’ultimo anno, ma io non so neanche cosa sia una recensione, questa è la storia di come la realtà molto spesso risulti più interessante di tutte quelle impalcature stilistiche e narrative che fanno grandi gli scrittori di oggi, di come attingere dall’esperienza rende immediata la percezione di un emozione. Volk rappresenta quello che molti avrebbero voluto essere ma che non hanno mai avuto il coraggio di provare a fare. Gli scribacchini dotati di scarsa fantasia, e mi ci metto in mezzo, che non possono fare a meno di vivere sulla pelle le situazioni per trovare l’ispirazione ai loro testi non possono non amare questo libro, il suo autore e il grande circo che gli sta intorno.

Giusto per dare un tono recensivo a queste parole buttate giù malamente vorrei ricordare la frase con cui conobbi Uazza, anni fa, dietro a un palco, dopo un concerto, e mi sento di dire che racchiude il significato semplice che sta alla base di molto:

“Ho tutto? Anfibi? Giubbotto? Cartine? Sono pronto, possiamo andare.”

Come Volk.

Daria

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La forza del ricordo

Davide Masi e Graziano Cernoia                                                                         autori di un documentario sul treno della memoria “Fossoli-Auschwitz”

Ogni anno da Fossoli (Modena) parte un treno per Cracovia carico di studenti, insegnanti, artisti, e rappresentanti delle istituzioni per celebrare il giorno della memoria di Auschwitz.

Prodotto dalla Fondazione ex Campo Fossoli, il documentario “La forza del ricordo”  ci porta a viaggiare tra passato e presente, ad assorbire le testimonianze degli ultimi sopravvissuti alle deportazioni razziali e politiche.

Un grazie a Giacomo, Arianna e Diaz per la preziosa collaborazione.

Ho trovato una recensione nelle pagine di IBS: la recensione di Francesca Mazzucato sul libro di Uazza (Graziano Cernoia) e mi è sembrata la più bella e adeguata che si potesse scrivere. All’incontro alla libreria Flexi di via Clementina al rione Monti c’era anche Luigi Pagliarini che ha curato la prefazione  e che è stato presentato da Graziano Cernoia come psicologo. Alcuni brani letti da Valeria Sacchetti sono stati accompagnati dalle belle immagini in bianco e nero tratte dal suo reportage Balcani. In realtà Luigi è tante cose, basta vedere alcuni siti che ne tratteggiano il profilo. Tante cose anche il coautore del libro Marco Pasquini che ha recentemente ripreso il discorso interrotto da Tondelli e per la stessa casa editrice del libro di Graziano, la m.edizioni, ha scritto Rimini, ancora. Tante cose anche Graziano che con altri cura la trasmissione Hagakure che, copio incollo testuale, “è l’ideatore e conduttore del programma radiofonico Hagakure…”; fonico del suono e musicista e mixer per tantissime band non ultima la Modena City Ramblers, recentemente privata della sua storica chitarra. Anche Valeria è tante cose, tra tutte fotografa e ricercatrice di memorie partigiane, ma espresse con quella riservatezza e quella discrezione che la rendono preziosa.

Il tema dell’incontro al Flexi era dedicato ai Balcani e mi aspettavo una serata di riflessione e di aggiornamento su quello che ha rappresentato l’ossimoro di fine secolo : guerra umanitaria, bombe intelligenti etc. e che nel nuovo millennio, pur a pochi, pochissimi passi da noi, è diventato il teatro invisibile di una pratica di vita che sta travolgendo tutti:  il differimento. É vero, come si legge nella prefazione di Pagliarini, esiste una Italslavia che va dalle Puglie fino all’Istria e trova in città come Pescara, Ravenna, Termoli, Foggia, Ancona, Ferrara, Otranto, Venezia, Trieste la dimostrazione di un’altra geografia che tenacemente si oppone al cinismo ineluttabile della storia, generalmente scritta dai potenti cioè da coloro che poi se ne fregano delle conseguenze. Tuttavia il libro è una sorpresa perché, contrariamente alle intenzioni della serata, non si ferma solo sui Balcani, e su quella parte dei Balcani che, per essere stata sotto l’attenzione dell’Occidente, si aspetterebbe una maggiore e continuata solidarietà e cura. Tutto il libro è il libro di Uazza e per me che non sono addentro né al campo musicale, né a tutto ciò che è sostanza e contorno degli ambienti musicali in genere, è una vera sorpresa. Sorpresa perché non è difficile immaginare il backstage che sta dietro le serate, per esempio, dei MCR, famoso e accreditato gruppo musicale di cui Uazza è fonico. È come un diario, con date e luoghi, un trip interiore e ulteriore di una persona, Graziano Cernoia, Uazza per l’ambiente, che racconta e si racconta. Non occorre, caro amico, essere dotati di quella condizione particolare e indotta che renderebbe alla lettura una visione più dilatata, più sensibile e ricca di stupefacenti sfumature. Già nel racconto della foto di copertina c’è tutta l’adrenalina e la tensione che sottintendono il libro. Infatti la stanza e le scarpe della copertina fotografate da Matteo Braschi sono in un edificio che a distanza di anni ancora attende di essere bonificato dalle mine.

Ma questo, quando Matteo e i suoi amici sono andati a fotografare, non lo sapevano ancora…

Intorno alle considerazioni della prima parte c’è il mondo dello spettacolo e della musica, i ragazzi, i luoghi. Mi vengono in mente alcuni film che raccontavano negli anni ’70 le tournee dei gruppi come quelli di Joe Cocker e Leonel Russel di Mad Dogs. Ma in quell’epoca il nostro Uazza aveva 2 anni…  E poi le tournee non erano in territori di guerra, in situazioni per le quali basta poco per ritrovarsi tutta la morte addosso.

Poi c’è la seconda parte del libro, il lato b del libro. Non cambia nulla del modo di vedere e sentire, l’esperienza è la stessa: con le band a suonare per la gente, per le situazioni, per i territori, per la pace. E’ qui la sensibilità attenta, l’orecchio sensibile alle vibrazioni e alle variazioni e alle armonie, è qui che tutto ciò che appartiene al bagaglio umano di Uazza diventa politico. Politico in quel senso profondo e perduto che è essere politico, essere sensibile, attento e partecipe e perciò protagonista di scelte. Queste scelte non hanno nessuna pretesa di potere, non rappresentano né riguardano decisioni cruciali e indiscusse. Di queste hanno solo il carattere solitario, la solitarietà, dell’uomo che le guarda, le ascolta e le vive dentro l’unico paese che è disposto a riconoscere come entità istituzionale: la propria, malapartiana, pelle. È la sua pelle, con tutti i suoi sensi, molto più di 5, che racconta della pelle della Bosnia e di Srbrenica e Potocari e Tuzla e delle persone, per lo più ragazzi, donne e anziani, l’associazione Tuzlanska Amica e la piccola cittadina di Suceska; che spiega che la passione per una piuttosto che per un’altra parte di persone, passione che diventa progetto attivo e solidale e relazione, è dovuta semplicemente all’affetto personale che prova per le persone, non per nazioni o gruppi nazionali che improvvisamente dovrebbero rappresentare . Uazza parte da sé e va verso altri sé, ignorando e superando quei confini e quelle barriere doganali che dividono non le persone, ma simboli e rappresentazioni.

Bello il racconto solista di Massimo Ghiacci e le poesie di Vollemberg, alter ego dell’alter ego di Uazza, che danno un ritmo antico a una saggezza venata di melanconica nostalgia.

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Mystik e Andreana

Mystik e Andreana mi hanno accompagnato più volte fino a Tuzla, poi da lì abbiamo fiancheggiato la Drina fino al villaggio di Suceska, dove si trova la scuola
elementare citata nel libro e seguita dagli operatori di Tuzlanska Amica e Nema
Frontiera.

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Immaginatevi, una mattina, di svegliarvi e accendere il cellulare, come fate ogni giorno.

Immaginatevi, però, che quella mattina iniziate a ricevere sms, in parte legati tra loro da un filo logico, in parte no.

Immaginatevi che una persona, che ha vissuto diverse esperienze, alcune delle quali forse non vi appartengono e non vi apparterranno mai, voglia farvi partecipe dei suoi pensieri, delle sue incazzature, della sua rabbia, della sua felicità, delle sue paranoie.

Immaginatevi anche di ricevere qualche fotografia di un popolo che viene distrutto, anzi di due popoli, anzi no, è sempre lo stesso, che assume una fisionomia diversa soltanto ai vostri occhi, ma che in realtà è soltanto parte dell’unico popolo che esiste sulla faccia della terra, la “razza umana”.

Questa è l’impressione che mi ha lasciato questo libro, che, senza capire bene il motivo, ho letto “di botto” (cioè senza soste, a parte quelle fisiologiche per bere e andare in bagno) una quindicina di giorni fa.

… se proprio devo, preferisco rischiare la vita a Ramallah. Lo trovo molto più soddisfacente che finire spiaciccato su qualche autostrada italiana, fatto fuori da un agente di commercio strafatto di cocaina che corre come un pazzo per fottere più clienti possibili.

Parole sante…

Mauro

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